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La consulenza filosofica

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In questa pagina si presentano, di un libro selezionato, un commento personale e dei motivi di interesse per le pratiche filosofiche
LA CONSULENZA FILOSOFICA
la filosofia come opportunità per la vita

Di
Gerd B. Achenbach

Nel primo capitolo della sua opera,  Achenbach asserisce che la consulenza filosofica è un’istituzione per le persone afflitte da preoccupazioni o da problemi. A essa si rivolgono persone che “non se la cavano nella vita”. Non sono forse persone che soffrono gli utenti dei servizi di Assistenza Domiciliare, o dei Centri Diurni Integrati, o dei centri Diurni Disabili o delle Residenze Sanitarie Assistenziali che ogni Regione e Comune d’Italia eroga? Non sono forse persone che stanno male gli utenti delle Case dell’Accoglienza, delle Comunità di ogni genere e dei Centri per l’immigrazione? Non sono forse persone preoccupate i parenti degli utenti di tutti questi servizi? O i loro care-giver? Non gravitano intorno a queste persone già delle figure professionali altamente specializzate? Non sono forse questi professionisti, a loro volta, dei soggetti bisognosi di cura, di supervisione e di formazione? E la società stessa, sia nelle forme degli istituti pubblici sia nella forma del privato sociale, non è forse preoccupata della sofferenza e del malessere di tutti questi uomini e donne? Sembra che i luoghi di lavoro che quotidianamente frequento siano colmi di “persone che non ce la fanno”; sembra, pertanto, che almeno un punto di convergenza ci sia fra il counseling filosofico e la mia professione.

Gli esseri umani, come molti altri animali, vivono la loro esistenza in gruppo e in società. Tra le varie definizioni che di uomo sono state date, esiste anche quella per cui l’uomo è un animale essenzialmente sociale. Perché le persone si aggregano? Ritengo che lo facciano almeno per due motivi: in primo luogo per realizzare fini non attuabili con risorse individuali o più convenientemente attuabili da più persone insieme. In secondo luogo, per soddisfare i loro bisogni di società. Le istituzioni o gli istituti sono società umane dotate di regole e strutture, aventi fini determinati. Sono istituti le famiglie, le imprese, le pubbliche amministrazioni e gli enti non profit. Succede in questi luoghi, mediante gli ordinamenti economici tipici dei singoli istituti, che gli uomini  soddisfino i loro bisogni e perseguano i loro fini esistenziali. D’altra parte, molti di questi istituti hanno perso, negli ultimi cinquanta anni, l’identità originaria: le famiglie allargate di una volta sono pressoché scomparse; le unità socio sanitarie locali si sono trasformate in aziende sanitarie locali; le imprese nella forma economica di aziende private di produzione, tipicamente familiari, devono sempre più confrontarsi con la cosiddetta globalizzazione; la funzione che una volta veniva svolta dal prete, dalla chiesa e dalle opere caritatevoli, oggi è sempre più in mano ad imprese sociali e al volontariato.

Ecco risuonare, in questa sinfonia a volte non sempre armonica di servizi pubblici e privati alla persona, l’affermazione di Achenbach per cui la consulenza filosofica è un’istituzione per persone in difficoltà. Non credo assolutamente che l’autore abbia avuto in mente i servizi socio-sanitari italiani nell’esprimere quel concetto. Saranno gli ermeneuti del suo pensiero a dirci cosa effettivamente avesse voluto dire con ciò. Tuttavia, mi è utile trasporre quella frase nel contesto di vita e di lavoro a me vicino. Che la filosofia possa dunque presentarsi come un altro servizio alla persona? Oppure possa soddisfare bisogni delle persone in difficoltà che non possono essere soddisfatti da altre figure socio-sanitarie ed educative? Avrebbe senso introdurre il counselor filosofico come nuova e ulteriore figura lavorativa in un panorama così complicato e ricco di attori sociali? Non potrebbe essere, la figura del counseling filosofico, una risorsa strategica per i professionisti della cura della persona?

Sono assai tentato di abbozzare un esperimento mentale, se così si può dire, in merito alla figura del counselor filosofico e uno dei servizi che seguo, o magari una collaborazione fra il counselor stesso e un professionista come un terapeuta o un psico-sessuologo.
Ma avrebbe senso? E se anche ci riuscissi, non avrei scoperto l’acqua calda? Lungi da me la tentazione di pensare a tutto ciò in seno  all’istituzione di una mera economica figura professionale all’interno dei servizi alla persona o nel rapporto con professioni di cura già socialmente affermate. Si badi bene, non sto dicendo che questo terreno d’indagine non mi interessi: il mio intento non è quello di pensare al counselor come, per esempio, una miglioria che le aziende cooperative possano mettere nei loro progetti di gestione dei servizi socio-assistenziali ed educativi, magari fornendo un ufficio con tanto di targhetta “Counseling Filosofico”.  Se poi ciò accadrà, ben venga. Quando dico che necessito di pensarmi come counselor filosofico nel mio ambito professionale, sto affermando che, già da domani mentre lavorerò con tutte quelle persone che soffrono (o che si occupano di persone sofferenti), devo pensare me stesso come un Counselor Filosofico.
Da qui il motivo principale di interesse dell’opera di Achenbach.

Caliamoci quindi nella vita di tutti giorni e vediamo cosa succede. Accadrà, nei prossimi giorni, di andare, per esempio, con l’assistente sociale di uno dei servizi di cura alla persona che coordino, a visitare delle persone anziane bisognose di cure assistenziali e relazionali. In quelle case, ci saranno probabilmente anche i parenti di questi futuri utenti. Durante queste visite domiciliari, si conoscono i possibili soggetti necessitanti di cura, si cerca di capire i loro bisogni e si spiega loro come funziona il servizio. Insomma, si compie la cosiddetta lettura dei bisogni. A seguito di questa, si stila un piano assistenziale individualizzato (P.A.I.), dove s’inseriscono gli obiettivi da raggiungere, le attività da compiere e la durata dell’intervento. Dopo di che si individua l’operatore più idoneo a quel servizio che nei giorni futuri diventerà operativo in quella casa. Ecco, il lavoro dell’assistente sociale e del coordinatore, in quel caso, è stato compiuto. Tuttavia succede che, nel compiere la visita domiciliare, il possibile utente ti guardi con due occhi vitrei e ti chieda: “Sapete quanto mi sento solo?” oppure “Non mi manca molto da vivere e i miei figli non sono per niente presenti? Mi basterebbe che venissero a trovarmi una volta alla settimana”. Nel caso in cui, durante la visita, ci siano invece i parenti, spesso questi ti chiamano in disparte e cominciano a lasciarsi andare: “quanto mi pesa questa situazione famigliare, sto scoppiando”; “perché proprio a noi doveva capitare questa malattia? Come posso stare dietro a tutto e a tutti? Sicuramente andrò a litigare con il mio coniuge…” ecc. Normalmente, di fronte a queste domande, l’assistente sociale fornisce risposte evasive e molto sbrigative (“Dio vede e provvede”; “così va la vita”, ecc.). Non la sto biasimando, dopo tutto il suo lavoro non è quello di consolare le persone che soffrono. Accade tuttavia che, durante il tragitto in macchina verso l’ufficio, quelle stesse domande riaffiorino e ci si senta, come dire, assolutamente disarmati.

Cosa c’entra la filosofia con questo esempio? Achenbach, nella sua opera, ha più volte sostenuto che la consulenza filosofica interviene soprattutto in quelle questioni che, per quanto non sia possibile dare una risposta definitiva, non devono per questo essere accantonate. E quelle persone presenti durante le visite domiciliari manifestano una volontà incontenibile di prendere di petto quelle domande essenzialmente esistenziali che non trovano un luogo di espressione. O, se lo trovano, vengono subito accantonate. Se l’assistente sociale o il coordinatore vestissero il costume del counselor filosofico, forse si atteggerebbero diversamente in quelle situazioni oppure, se non potessero farlo, non andrebbero via con tutti quei vuoti di senso e non detti ma penserebbero presumibilmente  a un luogo in cui affrontare quelle questioni. Come mi comporterei in queste situazioni se fossi un counselor? Non posso non pensare qui alle parole di Achenbach riguardo al dialogo aprente, all’apertura filosofica, al pensiero che vivifica e deflemmatizza, al tessere nuovi discorsi per andare al di là dell’istante vissuto, ecc.

Un altro esempio. Mi è capitato spesso, mentre coordinavo un Centro Diurno per persone Disabili, di ricevere in colloquio i parenti di questi ospiti. Si trattava di colloqui miranti a restituire ai famigliari delle persone disabili la condizione psicoeducativa dei loro cari. Infatti, in questi centri si lavora con i cosiddetti P.E.I (progetti educativi individualizzati), nei quali si scrivono i bisogni degli utenti, le loro risorse e potenzialità, le loro autonomie, gli obiettivi da raggiungere, la finalità da perseguire, le attività da compiere, la verifica delle attività e degli obiettivi e via dicendo. Durante questi colloqui, frequentemente i genitori dei disabili si facevano portatori di domande esistenziali, nonostante la presenza, in tale servizio, di uno psicoterapeuta disponibile a ricevere in seduta (di gruppo o individuale) i care-giver necessitanti di uno “sfogo” psicologico. Si trattava di domande, dicevo, con alto contenuto esistenziale: “Perché mia figlia è nata con quella grave forma di tetraparesi?”; “ Cosa ho fatto di male nella vita per subire tutto ciò?”; “Mi sento sempre sola nell’accudire mio figlio autistico; mio marito è totalmente essente e penso abbia iniziato una nuova relazione. Come posso essere aiutata?”; “Ho sentito molti specialisti di questo campo e tutti quanti mi hanno detto che mia figlia, con questa grave disabilità, non sarebbe arrivata a 15 anni. Adesso lei ne ha 25, e io tutti i giorno vivo la giornata come se fosse l’ultima; sicché da lei non riesco a staccarmi, non voglio lasciarla sola il suo ultimo giorno di vita. Ma è giusto? Io non sto più vivendo, non ho più un mio spazio e una mia vita privata. Mi sentirei però in colpa se l’abbandonassi in qualche centro residenziale. Come posso uscire da questo dilemma?” ecc.
Anche qui, come mi sarei comportato se avessi adottato la relazione di aiuto del counseling filosofico? Sarei stato un “concorrente” dello psicoterapeuta? O avrei cercato con lui delle sinergie di lavoro? Una cosa è certa: tanto più, durante quei colloqui, davo ai famigliari la possibilità di esprimere il loro disagio e le loro domande esistenziali, tanto più essi contribuivano a dare un senso non solo alla loro vita, ma anche al progetto educativo (non potrebbe essere detto di vita?) dei loro figli.

Per finire, l’interesse che nutro nei confronti dell’opera di Achenbach riguarda proprio la sua idea di filosofia come consulenza; come capacità del pensiero di abbassarsi, dalle vette teoretiche delle lezioni universitarie, alla vita quotidiana di tutti i giorni; come dialogo che trasforma lo sguardo e porta l’uomo a considerare la cosa stessa e non solo il portatore di problemi. Insomma, è l’atteggiamento del consulente filosofico così come è stato introdotto da Achenbach ciò che sento più vicino a me, a quello che faccio tutti i giorni col mio lavoro.
Per quanto concerne “La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità per la vita” di Achenbach, il motivo generale d’interesse per il counseling l’ho riscontrato nella presentazione della filosofia come capacità del pensiero di abbassarsi alla vita quotidiana di tutti i giorni; nella filosofia come dialogo che trasforma lo sguardo e porta l’uomo a considerare la cosa stessa e non solo il portatore di problemi; insomma nella filosofia come pratica avente l’obiettivo generale di dare una mano a qualcuno in difficoltà facendolo sentire vivo. Gli strumenti, gli attrezzi e gli approcci che tale testo mi hanno suggerito essere utili alla professione di counseling filosofico possono essere così elencati:

1. suscitare meraviglia;
2. provocare;
3. districare analiticamente;
4. dialogare suscitando dubbi (deflemattizzare e vivificare)




 
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