I giardini dell'Eden - SKEPSIS

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I giardini dell'Eden

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In questa pagina si presentano, di un libro selezionato, un commento personale e dei motivi di interesse per le pratiche filosofiche
I GIARDINI DELL'EDEN
Il lavoro riconciliato  con l'esistenza
Di
Alberto Peretti

Bussò un giorno, alle porte dello studio di counseling filosofico di Alberto Peretti, un cliente sui generis, sofferente per via della allora sua condizione di separazione, di  scissione di qualcosa che invece avvertiva un tempo essere un tutt’uno. Il suo nome era Lavoro, ma solo un primo e fugace sguardo lo ritrae come un qualcosa di astratto e meramente rappresentato. A un esame più attento e più clinico, Lavoro assume invece le forme scimmiesche di un genere umano triste perché incatenato.  E incatenato perché divenuto incapace di vedere l’ulteriorità, l’eccedenza. Di forme scimmiesche perché dimentico della costitutiva essenza di gioco che caratterizza la sua natura. Non solo di gioco come mera attività ludica (che potrebbe benissimo partecipare anche ad altre specie animali), bensì e soprattutto di gioco come capacità di trascendere la sfera dei bisogni primari, istintuali; come capacità di agire prendendo le distanze dagli stimoli ambientali, ponendosi nella dimensione “del tra”,  al fine di costituire sistemi simbolici che gli permettano di progettarsi.

L’incapacità di progettarsi è il pensiero che subito mi è venuto in mente contemplando il particolare del dipinto Due scimmie incatenate – di Pieter Bruegel – che Peretti ha ritenuto di riprodurre nella copertina del suo saggio. Tale dipinto rappresenta, infatti, due primati incatenati a un anello fissato al centro di un davanzale di una finestra, che apre l’orizzonte visivo a un porto.
Una di queste antropoidi guarda, con occhi malinconici e tristi, colui che contempla il dipinto, richiamando così sentimenti prettamente umani. Pure l’altra scimmia, sebbene e proprio perché ripiegata su stessa, induce lo spettatore a sentire dentro di sé scoraggio e angoscia. Entrambe sono imprigionate con due catene a un unico anello: possono mangiare e in qualche modo hanno imparato, nonostante la prigionia, a rompere i gusci delle noci per cibarsi del frutto. Tuttavia non sono libere, non avvertono quel senso di pienezza che potrebbero invece provare quei due gabbiani che, sullo sfondo del quadro, volteggiano giocosamente in cielo.

Non so se Peretti avesse avuto in mente questi pensieri qualora decise di raffigurare, nella copertina del suo saggio, il dipinto di Bruegel. In ogni caso, esso, a mio parere, si presta assai bene a tratteggiare lo stato d’imparzialità, d’incompiutezza e di a-progettualità che lacera l’uomo contemporaneo, quando diviene vittima del principio di prestazione. Il lavoro de-esistenziato, ossia livellato ai soli parametri di funzionalità, efficienza, efficacia, misurabilità e scambiabilità, fa dell’uomo ciò che esso non è, ovvero un automa ridotto alle sua sola capacità di performanza. Escludendo così ciò che lo fa esistere in quanto uomo che cerca la sua pienezza e la sua fioritura anche e prevalentemente con la poesia, la cultura, il gioco, l’ozio, la ricerca del bello, del vero, del bene, e via dicendo.

Bussò alle porte dello studio di counseling filosofico di Alberto Peretti, dicevamo prima, Lavoro, un cliente che chiedeva aiuto a un filosofo perché le cure psicologiche non l’avevano pienamente soddisfatto. Giustamente Freud gli aveva detto che avrebbe potuto superare il suo stato di sofferenza se avesse cominciato a guardare se stesso, non solo con gli occhi della produttività, ma anche con quelli del principio di esistenza. Ma lo psicoterapeuta non ebbe il coraggio di sviluppare, fino all’estremo, tale intuizione. Preferì, invece, rifugiarsi nella sublimazione delle pulsioni libidiche e narcisistiche.
Una volta accomodato nello studio, Lavoro cominciò a rispondere alle domande che (presumo) il counselor filosofico Peretti gli pose:

ANALISI AUTOBIOGRAFICA - GENEALOGICA (qual è la tua storia? Come la scriveresti o la racconteresti? Riusciamo insieme a ripercorrerla? Ritieni di aver compiuto degli errori? Hai dimenticato qualcosa di particolarmente interessante e per te significativo? A quali valori ricondurresti gli eventi che stai narrando? Qual è la loro origine? Esiste una gerarchia tra essi? Ecc.)

Lavoro fu invitato dal counselor filosofico a ripercorrere la propria vita, sia passata sia presente, con lo scopo di trovare i valori, i desideri, i progetti, gli errori, i ripensamenti, le aspirazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata. Nel far questo, probabilmente sarebbe potuto emergere qualcosa di rilevante che avrebbe potuto dar senso alla sua vita e che forse aveva dimenticato. Ogni evento descritto veniva in questo modo ricondotto a dei sensi, a dei valori, e, al contempo, ciascun significato, a sua volta, era ricondotto alla sua origine.

E così Lavoro cominciò a raccontarsi: ricordò le sue origini ultraterrene, dove viveva felicemente perché il suo fare produttivo non era avulso dal suo vivere pienamente, dignitosamente e armoniosamente con il mondo edenico, con gli altri e con se stesso. Raccontò successivamente della scissione dovuta al peccato originale, poi perpetrata dai Greci tra il fare poietico e l’agire pratico, quindi corroborata dal pensiero cristiano medioevale e infine esaltata dal pensiero scientifico moderno e contemporaneo.

ANALISI FENOMENOLOGICA (quali sono i suoi punti di riferimento? La sua visione del mondo? In che modo mi riporta i dati? Ha degli scopi esistenziali e se li ha quali sono? Ne è cosciente? Cosa non lo fa sentire compiuto? Ha mai tentato di cambiare punto di vista rispetto al problema che porta? Che cosa blocca paraliticamente il suo pensiero e il suo sentire? In che modo possiamo fornirgli strumenti per permettergli di accedere ad alternativi modi di vedere e di pensare?)

Mentre Lavoro raccontava la sua storia, il counselor filosofico da una parte tentò di rimanere fedele alla concretezza dei dati descritti, cercando, il più fedelmente possibile, di analizzarli per quello che fenomenologicamente sono, senza ipostatizzarli o inquinarli con teorie preconcette. Dall’altra parte cominciò anche a interrogarsi su quale fosse la visione del mondo di cui Lavoro si faceva portatore, i suoi punti di riferimento, se avesse degli scopi esistenziali, se ci fossero stati ostacoli al raggiungimento della sua compiutezza.

Con sofferenza e dolore, sempre più Lavoro prendeva coscienza delle tappe che hanno segnato il processo di de-esistenza di se stesso e, con l’aiuto del filosofo, cominciò a fissarle. Emersero delle figure concettuali e delle dimensioni emotive archetipiche: l’unità, la separazione, la strumentalizzazione, l’asservimento, l’immiserimento e la nostalgia.

Lavoro non aveva piena consapevolezza di queste figure che l’hanno caratterizzato, ma, grazie al lavoro compiuto con il counselor, cominciò a presentificarsele.  Lavoro riuscì a raggiungere questa consapevolezza perché, aiutato dal continuo interrogare del filosofo, imparò a prendere le distanza con la realtà di tutti i giorni, a rompere con le ovvietà che quotidianamente lo imprigionano a un solo punto di vista. Ha avuto bisogno di essere risvegliato, di sospendere almeno per un momento l’immediatezza del suo vivere, per riflettere su se stesso e sulla sua storia. Fin tanto che Lavoro rimase vincolato al suo vivere quotidiano, non poté vedere che un solo senso del suo essere: quello governato dal principio di prestazione, che fa dell’accumulo di ricchezza monetaria un valore assoluto. Sì, sentiva di essere anche qualcos’altro, o di esserlo stato, ma non riusciva a dirselo e a comprenderlo. Aveva un impellente bisogno di porre fuori gioco il suo rapporto col mondo, al fine di costituirsi un orizzonte di significati che fosse altro da quello abitudinario. Nutriva il desiderio di essere aiutato a godersi una pausa pensosa, che lo avrebbe portato a dubitare e a ridiscutere la sua abitudinaria adesione al mondo nel quale era inserito. Solo così avrebbe potuto prendere coscienza di un nuovo sé.

Lavoro giunse pertanto a coscientizzare il suo stato di separazione e di scissione, cioè d’incompletezza esistenziale. Giunse anche a dirsi che solo se si dà statuto ontologico alla dimensione prestazionale del lavoro, allora non si dà possibilità di cambiamento. Ma se la sua identità attuale ha che fare con presupposti culturali, allora la sua natura meramente performante è solo un’emergenza culturale su cui è possibile intervenire e modificare.


ANALISI LOGICA - EPISTEMICA (quale logica si nasconde dietro al problema riportato? Quali relazioni figurano tra gli elementi del problema espresso? Vi sono delle contraddizioni? È possibile pensare ad altre logiche? Quali fondamenti reggono la problematica?)

Che l’essere ridotto al principio di prestazione fosse stata la causa del suo malessere, ormai Lavoro lo aveva riconosciuto. Che la sua biografia fosse stata fondamentalmente caratterizzata dall’oblio del principio di esistenza, era altrettanto noto. Ma come uscire da questa impasse, per cui l’un aspetto esclude logicamente l’altro?
Grazie all’atteggiamento squisitamente euristico del counselor filosofico, Lavoro poté riconoscere che l’accettazione incondizionata della logica classica, basata sul rispetto assoluto del principio di non contraddizione, non l’avrebbe aiutato in alcun modo a ripristinare l’originaria unione di prestazione ed esistenza. È a questo punto che intervenne il counselor, il quale lo mise di fronte a questo ragionamento: se la logica dicotomica del vero e del falso giustifica razionalmente la separazione incolmabile tra lavoro e non – lavoro, tra performanza ed esistenza, allora l’unione di questi due opposti deve necessariamente condurci alla negazione della logica classica. Gli opposti stanno insieme se, e solo se, si nega il principio che afferma che debbano stare separati. E la negazione del principio del terzo escluso apre alla possibilità di una logica nebulosa e sfumata, la quale dà legittimità alla compresenza di esistenza e di performanza nello stesso spazio logico.

Lavoro imparò così che, mediante il gioco di concetti dai confini mai certi, bensì sfumati e nebulosi, è possibile disegnare una zona di frontiera osmotica tra esistenza e prestazione, uno spazio di riconciliazione tra i due.

Si sentì felice. L’avere individuato il masso che impediva alla sorgente di scorrere, l’avere ottenuto da sé (o con il semplice aiuto del counselor) il blocco che gli impediva dei vedere il nodo concettuale del suo problema, mise Lavoro in una situazione emotiva e cognitiva di possibile apertura a nuove ricerche, a nuove strade da percorrere per ricongiungere, e ora non solo logicamente, ma anche realmente, l’esistere con il produrre.

Iniziò così una grande avventura, che Lavoro tuttora continua a vivere con il counselor filosofico, verso nuove concezioni di se stesso, audaci teorie della vita lavorativa, di cui Peretti ci ha ben illustrato nel suo saggio.

Ho voluto immaginare Peretti dialogare con il cliente Lavoro al fine di vedere se, così facendo, avrei potuto cogliere qualche aspetto interessante e qualche strumento utile per il counseling filosofico. Ecco linearmente cosa ritengo di aver appreso:

• Analisi autobiografica e genealogica: sembra molto importante, per il counseling filosofico, interrogare il cliente in merito alla sua vita. Tale analisi invita il cliente a ripercorrere la propria esistenza, passata e presente, per trovare scopi, valori, dimensioni emotive, desideri, progetti, aspirazioni, miti che hanno orientato e dato senso alla vita e che magari sono stati dimenticati o abbandonati e che potrebbero essere riscoperti per un progetto di vita futura. È possibile accompagnare quest’analisi con degli esercizi, sia di narrazione sia di scrittura, che hanno la funzione di portare la persona oltre se stessa, oltre la sua posizione egoistica e parziale. Si tratta quindi di una pratica di trascendenza, retta dal principio per cui solo andando oltre se stessi si può essere veramente se stessi. L’aspetto genealogico dell’analisi qui considerata permette di ricondurre ogni pietra miliare della propria vita a un senso-valore e ogni senso-valore alla sua origine.
• Anche l’analisi fenomenologica consente di operare un lavoro di trascendenza nei confronti del cliente. In primo luogo richiede un atteggiamento di epoché da parte del counselor: si cerca il più possibile di rifarsi alla concretezza dei dati riportati. Naturalmente uno stato di pura neutralità non è possibile, tuttavia il counselor asintoticamente può tendere a questa condizione di sospensione dei propri giudizi, per ascoltare il dato che il cliente gli riporta, in un modo che sia il più possibile avalutativo.  Insomma, il counselor si pone in una situazione di ascolto, di attenzione fenomenologica, che implica rispetto, fiducia e umiltà. Il counselor fenomenologicamente attento non vive in superficie, bensì da una certa profondità si sforza di cogliere la visione del mondo di chi gli sta di fronte. Una volta colto il punto di vista del cliente, e con ciò tutti gli aspetti inerenti i suoi scopi, i suoi valori, le sue preoccupazioni, i suoi atteggiamenti esistenziali, gli ostacoli alla realizzazione del sé e il suo grado di autenticità, il counselor invita il cliente a prendersi una pausa filosofica rispetto alla routine quotidiana. Ossia, allorché il counselor sia riuscito ad oltrepassare la ristretta visione del cliente, causa di sofferenze di disagio esistenziale, inizia a concettualizzare, col cliente, il problema riportato dal cliente stesso. Questo processo di concettualizzazione è pure un processo di distanziamento, di oggettivazione e di estrazione, del tema da affrontare filosoficamente, da tutto quel reticolo di sensi che sostanzia la visione del mondo dell’interlocutore. Qui il counselor è una guida che indirizza e accompagna il consultante nel percorso di ricerca. Egli stimola in modo non direttivo e non preconcetto, ma aperto a qualsiasi direzione, il cliente a ricercare un riferimento logico di pensiero che lo supporti nella sua ricerca.
• Analisi logica: consente di cogliere la natura e lo statuto logico di ogni elemento del problema riportato. Ciascuno di essi viene compreso secondo il suo significato e il suo valore. Il fine è cogliere la logica che si cela dietro il problema avanzato, le possibili contraddizioni e i fondamenti che lo reggono. Anche in questo caso si può pensare a un lavoro di trascendenza: se la logica che soggiace al pensiero del cliente è quella che ostruisce il raggiungimento del suo ben essere, allora il counselor, maieuticamente, può facilitare il cliente a trovare nuove strategie, a oltrepassarsi per ritrovare da sé la via verso la soluzione del problema.
• Analisi euristica: a una lettura più clinica, a mio parere, si può notare come tra le righe del testo di Peretti vi sia un latente domandare che si configura come un incessante ricercare. Senza seguire un percorso preciso, algoritmico, il counselor può facilitare i processi di pensiero del cliente favorendogli l’accesso a nuovi sviluppi teorici; può co-tracciare le strade concrete e operative per conseguire nuove ipotesi di ricerca e di riflessione.

 
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