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Esercizi spirituali e filosofia antica

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In questa pagina si presentano, di un libro selezionato, un commento personale e dei motivi di interesse per le pratiche filosofiche
ESERCIZI SPIRITUALI E FILOSOFIA ANTICA

Di
Pierre Hadot

Cosa fa in sostanza un counselor filosofico? In cosa consiste il suo lavoro? Sulla base della mia esperienza e dei testi letti fino a oggi, potrei affermare che il counselor filosofico fondamentalmente aiuta le persone a cercare e a cogliere un senso: il counseling filosofico si presenta perciò come una sorta di ausilio che il counselor elargisce al consultante per focalizzare i suoi valori, i significati e gli scopi della sua vita. In altre parole, aiuta le persone a pensare (filosoficamente) e a far sì che esse diventino consapevoli della propria visione del mondo.
Per diventare consapevoli della propria visione del mondo e per reperire un senso al proprio esistere, il consultante bisognoso non deve solo dialogare col counselor, ma deve pure esercitarsi, compiere dei veri e propri esercizi in separata sede, da solo o in compagnia.

Gli antichi filosofi, sostiene Hadot, ci hanno insegnato come si possa vivere filosoficamente (non superficialmente, ma da una certa profondità) coltivando la pratica dell’attenzione, del controllo dì sé e della meditazione. In particolare, mediante l’attenzione l’uomo riscopre la mappa dei propri valori, le sue virtù morali e quelle intellettuali. La facoltà dell’attenzione, come quella della meditazione e del controllo di sé, non sono innate ma presuppongono un’esercitazione. Soltanto con la pratica e con il rituale dell’esercizio filosofico quelle facoltà si sviluppano. Si può imparare a vivere filosoficamente e secondo una certa visione del mondo, solo se ci si esercita a pensare quei pensieri filosofici e quella visione del mondo.

Perché un consultante dovrebbe accettare di compiere degli esercizi spirituali? In quale maniera il counselor può invitarlo in questa pratica? Perché un consultante dovrebbe meditare spiritualmente la propria esistenza e la propria visione del mondo quando, una volta uscito dallo studio del counselor, si ritrova in un mondo in cui, per sopravvivere, deve adottare un atteggiamento utilitaristico di fronte alle cose e agli altri uomini?
Condizioni necessarie affinché ci sia esercizio, mi sembra di capire, sono la fede e la volontà: Hadot ha mostrato come l’attenzione e il controllo di sé  implichino uno sforzo di volontà e una fede nella libertà morale e nella possibilità di migliorare. Senza nutrire una fede verso il fatto che gli esercizi spirituali diano dei frutti, non ci si mette nella condizione di praticarli. E senza la volontà di compiere costantemente e correttamente questi esercizi, non si perviene a una condizione soggettiva di miglioramento del proprio sé.

Ma la fede e la volontà sono anche condizioni sufficienti per ottenere una sintonia con se stessi, per migliorarsi ed elevarsi verso uno stato di maggiore benessere?
Se non s’impara a vivere, a dialogare, a morire e a leggere, non si raggiunge una visione autenticamente filosofica della vita e non si attua quella che, per i filosofi antichi, era la terapia delle passioni. Hadot ci informa, nel sua lettura della storia del pensiero ellenistico e romano, che gli esercizi spirituali si fanno per fare filosofia, e si fa filosofia per avere cura di sé e degli altri. Un consultante probabilmente compirà degli esercizi spirituali quando il counselor a lui mostrerà i frutti che si ottengono con la pratica filosofica: il counselor filosofico dovrà pertanto favorire in lui l’aver cura di sé e potrà fare ciò attraverso la pratica degli esercizi spirituali. Il frutto che nasce dalla pianta degli esercizi filosofici concerne l’imparare a vivere filosoficamente, vale a dire imparare a essere pienamente se stessi. Solo imparando a essere pienamente se stesso, il consultante potrà vivere da uomo, ossia potrà essere un uomo libero, unico e integrato socialmente. Libero in quanto responsabile delle proprie azioni e della propria condotta; unico in quanto essere individuale che ha un suo sé che deve essere attualizzato e non lasciato in potenza e inespresso; integrato socialmente in quanto responsabile delle sue azioni nei confronti degli altri uomini. Un uomo che impara ad aver cura di se stesso sarà anche pienamente se stesso, sarà padrone di se stesso e godrà del suo essere quello che è.

Nella società attuale, per converso, l’uomo non sembra più essere padrone di se stesso, nonostante i tanto gridati annunci sulla ricerca del benessere fisico, sociale e psichico. L’uomo della società attuale non sembra allenato ad accettare la fatica e la pena che la ricerca di sé comportano. Abbagliato dai miti dell’assoluta efficienza ed efficacia, non sa più vivere, dialogare e morire. Ma perché per essere pienamente se stessi occorre allenarsi alla sofferenza e alla pena? Perché soffrire e penare per raggiungere il proprio benessere? Perché non seguire la via più comoda, più semplice e più immediata? In altre parole, perché filosofare, cercando di affrontare i problemi da più punti di vista disperdendo così energia e risorse? Nella società attuale, l’inatteso ci sorprende  e noi non possiamo prevedere il modo in cui si presenterà. La società attuale è una società complessa, l’errore e l’illusione sono sempre celati dietro l’apparente potere predittivo delle nostre teorie scientifiche e dietro il presunto inattaccabile potere della tecnica. Se non ci si munisce di un pensiero critico, riflessivo e metaosservante, da integrare con quello oggettivante e osservativo del sapere calcolante, ci si troverà in balia degli eventi, in particolare di quelli inattesi e imprevisti. E di fronte a tali eventi ci si troverà disarmati, non addestrati e non facilitati a scoprire le risorse in nostro possesso per fronteggiarli. In questa prospettiva, gli esercizi spirituali, per quello che posso comprendere, aiutano le persone della nostra era a focalizzare e a perseguire gli scopi e i valori della sua esistenza: esse, in questo modo, si progettano, si trascendono e danno una direzione alla propria esistenza.

In conclusione, l’opera di Hadot, “Esercizi spirituali e filosofia antica”, mi ha insegnato che filosofare vuol dire tra l’altro munirsi di un pensiero critico, riflessivo e metaosservante al fine di non trovarsi disarmati di fronte agli eventi inattesi e imprevisti che la vita ci  riserva. L’obiettivo generale della filosofia, anche in quest’opera, mi pare essere quello di presentarsi come strumento in grado di trasformare radicalmente la maniera di vedere e di esistere nel mondo. Molteplici sono gli attrezzi, gli strumenti e gli approcci che Hadot ci suggerisce esistere nel pensiero filosofico antico e che possono essere utili alla professione di counseling filosofico. Eccone un elenco sommario:

1. attenzione e controllo di sé;
2. meditazione;
3. lettura e scrittura;
4. padronanza di sé;
5. compimento dei doveri nella vita sociale;
6. indifferenza alla cose indifferenti;
7. metodo zetetico;
8. dialogo socratico;
9. approccio fenomenologico – esistenziale;
10. meditatio mortis;
11. premeditatio malorum;
12. metodo di definire l’oggetto in se stesso



 
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